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Giovanni Mauro d’Arcano - detto anche ‘il Mauro’ - nacque da Giovanni Nicolò e da Regina di Polcenigo e Fanna tra il 1496 e il 1501. Degli altri quattro fratelli si ricordano Giulio, professore di diritto canonico e feudale all’Università di Padova, e Alfonso, cavaliere di Rodi. Iniziati gli studi con un precettore privato, li proseguì nella vicina San Daniele con Bernardino da Bergamo, facendo progressi nell’eloquenza italiana e latina. Lasciato il Friuli verso il 1520 e dopo una prima tappa a Bologna, giunse a Roma, dove già risiedeva lo zio Rizzardo, umanista e segretario del cardinale Giovanni Battista Zeno. Mauro entrò a far parte della corte del cardinale Domenico Grimani. In seguito fu al servizio di altri prelati e in ultimo – almeno dal 1530 - divenne segretario del cardinale Alessandro Cesarini. Appassionato cacciatore, durante una battuta venatoria negli ultimi giorni del luglio 1536, cadde dentro un fossato ferendosi ad una gamba. La ferita gli procurò una febbre acuta che lo condusse alla morte il primo agosto successivo. Amico dei maggiori esponenti della cultura rinascimentale (Francesco Berni, Pietro Bembo, Aonio Paleario, Vittoria Colonna, Pietro Carnesecchi, Girolamo della Casa, Annibal Caro e altri) fu tra i protagonisti dell’Accademia dei Vignaiuoli, nata a Roma intorno al gentiluomo mantovano Uberto Strozzi. Mauro contese al Berni il primato nella poesia burlesca, costruendo i suoi capitoli con un linguaggio semplice e spesso decisamente ‘spinto’, giocando inequivocabilmente sul doppio senso. Ci rimangono 21 capitoli burleschi in terza rima, una canzone in lode del cardinal Cesarini (Perché, signor, non è salita ancora) e un poemetto di 1225 versi intitolato Predica amorosa in cui Mauro, rivogendosi alle donne, le invita ad abbandonarsi al dio Amore, poiché proprio grazie al suo eterno operare prospera il mondo.